FEVER RAY: la recensione del live in Stockholm

Published on December 8th, 2009

La nostra amica Sophie T. di ritorno da un viaggio in Svezia, alla faccia della nostra invidia, recensisce il concerto di Fever Ray al secolo Karin Elisabeth Dreijer Andersson già cantante del famoso progetto The Knife.

1 Dicembre 2009 , Stoccolma – Circkus live club

Stoccolma è ricoperta da una sottile brina questa sera del primo dicembre, un termometro segna meno 2 gradi, il freddo pungente e l’attesa dilaniante sembrano rallentare l’arrivo delle h 20.30.

Con una puntualità tipicamente nord europea, le porte del Circkus si aprono: mi avvio lungo un corridoio scricchiolante e timidamente illuminato; pochi e lenti passi e arrivo nel luogo dove di lì a breve avrà inizio il concerto dei FEVER RAY.

Impaziente scruto attorno, presto sarà “sold out”, uno sguardo verso il palco e inaspettatamente scorgo entrare un’algida e sconosciuta figura femminile. Abito lungo e bianco, testa coperta da corna di piume color neve e svolazzanti; si siede, afferra il suo violoncello e nel silenzio più assoluto, suona, senza pausa alcuna, 4 avvolgenti brani, ultimo tra i quali ” If I had a heart” dei Fever ray.

Ed è proprio questo pezzo a segnare l’ingresso silenzioso e misterioso dei Fever, su un palco che fievolmente illuminato da piccoli abat-jour sparsi qua e là, che si accenderanno a tempo di musica. IF I HAD A HEART, prima sospesa e ora ripresa, si arricchisce minuto dopo minuto di sonorità elettroniche, tetre, lancinanti e voci filtrate.

Affascinata dalla loro scelta d’indossare abiti di tradizione nordica e lontana, avvolta dalla calda atmosfera del circkus intensamente rosso ed intimo, scomoda sulle mie punte nel tentativo di intravedere il volto angelico di Karin per metà coperto da un enorme cappello nero e di pelo, si passa ad una più nebulosa “Dry and dusty”, passando da un trip – hop sperimentale di “Concrete walls” a quello più sognante e vibrante di “Now’s the only time i know”, giungendo poi a “Triangle walks” così sinuosa e cullante nelle sue percussioni africane e sonorità orientali. E dopo quasi due ore il concerto si chiude con “Coconut” che sembra richiamare una roboticità kraftwerkiana.

Una performance di una bellezza accecante, quella dei fever ray, capace di raccontare il nord e le sue articolazioni, i suoi paesaggi, i suoi umori e le sue tradizioni giocando con colpi di synth, chitarre e tastiere.

Lascia un commento

Se lo desideri puoi lasciare un commento o una risposta